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Prefazione al catalogo di Gennaro Regina scritta da Vittorio Sgarbi
"L'annuncio di un pittore nuovo è sempre motivo di ansia e di sospetto. Occorrerà capire le sue ragioni, respingerne, con prudenza, le aspettative, rassicurarlo sulla sua auspicabile maturazione, trovare il modo di sottrarsi. È questo lo stato d'animo del critico, E mio in particolare, quando un giovane, sconosciuto artista, mi chiede di scrivere, di presentare, di introdurre.
Immagino che molti colleghi, superato il no, quando non siano disponibili a tutto, cerchino parole di circostanza per presentare l'impresentabile, ovvero trovare appigli o pretesti per indicare le ragioni di una scelta artistica, tra le mille possibili. Non è stato, fortunatamente, il caso di Gennaro Regina, un artista Napoletano che si annuncia

«indipendente e libero da tutto e da tutti».

E si rivolge a me per una presentazione al catalogo delle sue opere, ricordando i miei antichi rapporti con suo padre, il libraio antiquario Luigi, di cui, ancora studente, frequentavo la libreria di via Costantinopoli a Napoli, e ricevevo i cataloghi delle sue offerte bibliofile. Infatti, aperto il file delle immagini dei suoi quadri, ho avuto la sensazione di immediata condivisione. Mi sono incuriosito di vederle, compiacendomi della ricerca di Regina nell'identificare archetipi di universale considerazione.

Regina non ha paura di essere e di sembrare sentimentale. Non ha paura delle albe e dei tramonti. Non ha paura delle immagini romantiche. Non ha paura del chiaro di luna, e di tutto il repertorio che fu eliminato dalle avanguardie, e in particolare dai futuristi. Qualcuno ha ancora tentato, negli ultimi cento anni, di dipingere paesaggi, di esprimere stati d'animo, di mostrare emozioni davanti alla bellezza della natura. «Vedi Napoli e poi muori». Oggi si muore senza vedere nulla. E si dipinge la morte delle cose, la morte del cuore, la fine dei sentimenti. Però l'uomo è quello di un tempo, quello di sempre. Soffre e ama. Cerca, rinuncia, desidera.

I primi paesaggi che ho visto in Gennaro Regina mi sono sembrati immediati, travolgenti, perfetti, perfino troppo riusciti.

Ho capito che Regina giocava con la tradizione irrisa, dimenticata, insistendo sul rosso del cielo, sul mare come uno specchio, sul vento, le nuvole, le rocce di ghiaccio, il vulcano come un fuoco d'artificio, il tramonto con i faraglioni, Ischia, Capri, Procida. E anche gli effetti lunari, spettrali, il pino storico davanti al Vesuvio. Tutti gli elementi di un repertorio dissacrato e consacrato.
Perfetto e giocoso.
Romantico e ilare.
Ingenuo e furbo.
Questo ho pensato.

Poi un dipinto in particolare, con la prospettiva a mezz'asta di un campo di tennis, e la palla sospesa, mi hanno fatto considerare la furbizia e la malizia di chi è consapevole della tradizione del Moderno, la pop art, Alex Colville e Antonio Recalcalati.

Un'immagine abile, suggestiva, sapiente.

Dunque Regina si muove su diversi registri. E si compiace di luoghi comuni e di tagli compositivi originali e insoliti.

Quando gioca con la luna e con gli effetti notturni, sembra persino rimandare a modelli remoti come quelli dei capricci di Leonardo Coccorante.
Poi però vuole dissacrare, e immagina spazi chiusi, con la Valentina di Crepax non più pop dell'uomo ideale di Leonardo.

Sono divertimenti e icone di un pittore abile che non vuole farsi stringere in un clichè e che capisce il privilegio delle sue origini, di essere napoletano, di potere vivere e raccontare emozioni che ad altri non sono consentite. Così ci sta davanti in modo perentorio, senza scorciatoie, con immagini dirette. Non vuole ingannare e non vuole essere ingannato. In tal modo inizia un lungo percorso che lo porterà a far vedere intelligenza e passione, nella concezione più alta dell'arte come gioco."

"Gennaro Regina è Homo Ludens"

Riconoscimenti